Umidità e riso

March 12, 2015  •  Leave a Comment

Ripensare al secondo memorial Erika Lazzari è complicato. Vorrei poterlo ricordare come un giorno di ricordi e di festa, ma personalmente è stata una sequenza di incazzature miste a dispiaceri.

Tutto comincia con un sacchetto dimenticato a casa, quello del Cuki Gelo, grande e profondo abbastanza da contenere fotocamera e obiettivo. L'avevo tirato fuori per provarlo ed era perfetto, copriva tutto e non intralciava i movimenti dello zoom.

Ma l'ho lasciato a casa sopra il tavolo, di fianco allo zaino che ho chiuso e mi sono portato dietro.

Così, in tribuna al coperto, mentre sul campo la pioggia è debole ma costante, provo soluzioni alternative che peggiorano la maneggevolezza della fotocamera o risultano essere al più inutili.

Guardo la mia K-30, si era già fatta una partita sotto la pioggia, più forte ma decisamente più incostante, e un pomeriggio in giro per Bologna, anche in quel caso con gli onnipresenti portici che permettevano frequenti momenti di asciutto.

Oggi no, la pioggia è debole ma non accenna a smettere, il campo è interamente all'aperto e a parte la tribuna non c'è altra copertura.

Un collega di fianco a me sgancia fuori il cannone, si piazza in tribuna e farà le foto da lì.

Guardo nel suo mirino e subito mi accorgo del secondo errore. Ho lasciato a casa anche il mio Sigma. Il cannone del collega arriva a 300mm e dalla tribuna copre degnamente il campo. Certo, dalla parte opposta le figure sono un po' troppo piccole, ma il risultato è comunque sopra la media, vista la giornataccia. Il mio arriva a 200, ma con il sensore APS-C supero i 300. Perfetto. No, perfetto un corno, perché è a casa, a pochi passi dal Cuki Gelo.

Così a pochi secondi dal coin toss mi avvio in campo sotto la pioggia, coperto in ogni dove tra K-Way, giacca e triplo cappuccio.
La fotocamera no, quella è aperta alle intemperie.

Comincia la partita e naturalmente si alza il vento. Il vento muove le leggerissime gocce di pioggia che come piccoli proiettili vanno ad impattare sul vetro dell'obiettivo, ignorando il paraluce intorno che solitamente si rivela un ottimo antigoccia.

Il terreno è un pantano, una distesa di fango e acqua, e le scene da immortalare sono infinite. Ma le gocce spinte dal vento continuano imperterrite a sfocare le foto e a sballare i colori.

E' uno schifo e verso la fine del primo tempo, mentre asciugo per l'ennesima volta il vetro dell'obiettivo, lo schermo comincia a sfarfallare.

Urca.

Corro in tribuna, tiro fuori fazzoletti e un panno, comincio un'accurata asciugatura che impiega quasi tutto l'intervallo.

Accendo la fotocamera, lo schermo non lampeggia più ma in controluce si vedono aloni di umidità, le ghiere non funzionano, e improvvisamente lo schermo comincia di nuovo a lampeggiare.

E' ora di tornare a casa.

Il tempo di correre a prendere il treno, il viaggio è breve, neanche 15 minuti. Arrivato a casa prendo la bentonite bianca, questa, tolgo memoria, batteria e obiettivo, chiudo e sigillo tutto, metto la fotocamera in una scatola da scarpe e la immergo completamente.

Dopo poche ore la tiro fuori, e comincia una lunga fase di pulitura e asciugatura manuale tra fazzoletti e spazzolini, a cui segue il secondo step di asciugatura: tutti gli sportelli aperti e fotocamera appoggiata sopra la bentonite per 48 ore.

Dopo due giorni accendo la fotocamera. La accendo senza obiettivo quindi i controlli sono in gran parte bloccati ma non faccio neanche in tempo a provarli perché lo schermo è ancora colmo di macchie d'umidità.

Rimuovo la batteria, verifico che tutti gli sportellini della fotocamera siano completamente chiusi e comincia la terza fase: immersione nel riso per 24 ore.

Il giorno successivo non la accendo neanche, la pulisco per bene, apro tutti gli sportelli, compreso quello dell'obiettivo e la metto in uno scaffale al chiuso affiancata da un sacchetto di riso.

Sta lì altre 24 ore poi mi rompo le balle e la provo, questa volta con l'obiettivo attaccato.

All'accensione ci sono ancora macchie, meno dei giorni precedenti. La tentazione di imprecare e spegnerla è forte ma 'sto giro provo anche le ghiere: funzionano. La messa a fuoco funziona, il selettore del fuoco pure, i pulsanti rispondono e tutto sembra funzionare.

Sembra andata. Dopo 3 giorni ho la partita a Imola; la settimana successiva l'umidità è sparita e le foto, tra il sereno e la luce, hanno ampiamente compensato la pessima esperienza.

Quando riguardo l'album di quella mezza partita non trovo una sola foto decente, a parte una, la prima, l'unica fatta all'asciutto della tribuna. Ma per quanto mi possa piacere è anche la foto peggiore, perché inquadra un campo vuoto, quando quel giorno vuoto non era, né voleva, né doveva esserlo. Metto l'album su LogBLog.it, lo metto su Facebook ma a differenza delle altre volte non avviso nessuno, non lo pubblicizzo in nessun modo. La settimana passa come ho descritto sopra, concentrato sul gestire l'istinto che in ogni momento mi forza ad accendere la fotocamera. Mi guardo bene dal mettere in evidenza le foto e, quando la K-30 riprende a funzionare, ormai il sabato successivo è alle porte, c'è un'altra partita, c'è il sole, e non si può chiedere nulla di più.

Oh, se prima o poi doveva accadermi la sfiga dell'inesperienza, ho già dato.


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